Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post

mercoledì 25 novembre 2020

Giornata Internazionale contro la violenza sulle Donne - Racconto: CRYING AT THE DISCOTEQUE by Denny

Per la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, vi propongo un mio racconto di fantasia. Per riflettere...


CRYING AT THE DISCOTEQUE


La discoteca è piena di giovani colorati, belli e allegri. 

La musica sincopata sovrasta tutto. 

Il fumo di borotalco camuffa quello di fumo che c’è, anche se non dovrebbe.

Nella penombra generale intervallata da flash colorati: risate, bicchieri, selfie, sudore e caldo la fanno da padrone.

Un po’ defilata nella zona divanetti Aurora si è seduta. È sudata e le scarpe col tacco le fanno male dopo aver ballato parecchio e ha un leggero mal di testa.

Da un’occhiata al display del cellulare. Sono le 01:59. Aspetta qualche secondo che scatti l’ora piena e mette via il telefonino.

Accanto a lei arrivano due ragazze un po’ più giovani. Avranno vent’anni. Una le manda un sorriso di circostanza che vuole essere un “scusa il disturbo” prima di farle sedere accanto l’amica che, adesso è chiaro, è ubriaca fradicia. La sente pronunciare parole sconnesse e arrabbiarsi per qualcosa che l’amica le impedisce di fare. 

La ragazza sobria si chiama Nadia. Aurora lo sa perché la ragazza sbronza lo dice spesso accompagnato a volte da un insulto.

Dopo non molto arriva un giovanotto, un ragazzo che è e si crede un gran figo: alto bello, strafottente. Si avvicina alle ragazze. Evidentemente si conoscono. Si siede sul divanetto accanto alla ragazza ubriaca e la bacia appassionatamente. L’altra in piedi lo guarda torvo. Il giovane prende la sua conquista per un braccio, la solleva e fa per portarla con sé. Nadia si oppone fermamente! Gli si para davanti, gli strappa l’amica da sotto braccio, la rimette seduta e dice chiaramente al bellimbusto che non porta nessuno da nessuna parte. La ragazza sbronza, di cui ora anche Aurora conosce il nome, Claudia, manifesta chiaramente la volontà di seguire il ragazzo; più e più volte, con modi gentili e non, ma la giovane in piedi è risoluta e continua a ripetere, a lui e a lei, gli stessi concetti:

“Domani! Quando sarai sobria andrai con lui dove vuoi. Da ubriaca non vai con nessuno!”

“Non mi interessa! Non sai quello che fai!”

“Domani, adesso no!”

I toni sono alti.

È un tira e molla determinato da entrambe le parti a cui Aurora assiste da pochi centimetri di distanza dal basso del divanetto morbido.

Aurora non vuole apparire impicciona ma segue attentamente la discussione e attraverso lo specchio sul muro laterale non toglie gli occhi di dosso dal viso determinato di Nadia, che fronteggia il giovanotto che cerca in ogni modo di convincerla che Claudia desidera fare una passeggiata con lui fuori nel parcheggio. “Quando sarà sobria!”, “Non da ubriaca!”. Non spreca tante parole per dirgli no e più volte è costretta a intervenire, con la forza, per fermare l’amica che cerca goffamente di sgusciare verso il fusto.

Alla fine con una brutta parolaccia il tipo desiste e lascia le due ragazze da sole che quindi le si siedono accanto.

La ragazza sobria parla all’amica. Aurora non sente cosa dice perché parla nell’orecchio ma basta pochissimo e la giovane ubriaca si calma, si rilassa e vinta dai fumi dell’alcool chiude gli occhi.

A questo punto Nadia manda un messaggio con il cellulare e poi con la testa dell’amica sulla spalla si rilassa anch’essa e aspetta.


E così in quella discoteca piena di gente, confusione e rumore Aurora ricorda quel che ha voluto sempre e solo dimenticare. Anche se fa caldo, sente i brividi e ripiomba a quattro anni prima, a quella vacanza post maturità che le sue compagne di viaggio tutt’oggi definiscono mitica.


Mitica lo è stata, ma solo fino all’ultima sera.


Quella sera di agosto Aurora aveva bevuto parecchio ed era ubriaca fradicia.

Come la ragazza che dorme accostata a lei, era invaghita di un figo che l’ultima sera l’aveva coperta di attenzioni. Alla fine l’aveva portata in spiaggia di notte.

Ricorda poco niente di cosa e come è successo. Sono solo frammenti. Ricorda la sabbia fresca sotto i piedi scalzi, il fiato di lui sulla nuca, il bruciore in mezzo alle cosce e poi il sorriso compiaciuto di lui. Ricorda che poi l’ha riportata dalle sue amiche anch’esse molto alticce che ridevano.

Quelle stesse amiche che quando insieme ricordano quel viaggio, ancora le dicono, ridendo e ammiccando: “Te la sei spassata con quel gran figo sulla spiaggia quella sera, eh?”

Aurora ci ha messo anni ad ammettere a se stessa che quello è stato uno stupro, ma ancora non riesce a non pensare di esserne responsabile. Ed è anche fermamente convinta che lui non abbia mai, mai, dubitato della legittimità del suo comportamento, che non abbia mai, mai, avuto il benché minimo dubbio che lei non lo volesse.

Di lui, che vive in un'altra città, non è rimasto nulla, se non un banale e freddo contatto via social, e di questa squallida esperienza disgusto per se stessa e per la tequila e una sottile ma tenace diffidenza e sfiducia costante.

Non ne ha mai parlato con nessuno di quella maledetta sera sulla spiaggia. È qualcosa di doloroso e sgradevole che tiene solo per se.

Non si è mai più ubriaca da allora!

Ma questi sono ricordi e pensieri dolorosi che vuole ricacciare al loro posto in fondo all’anima, così cerca di pensare ad altro, di uscire dal suo intimo.


Pensa alle ragazze che le siedono accanto: Nadia e Claudia. 

Sa che Nadia vuol dire speranza e Claudia invece deriva da claudicante, zoppicante e volendo per estensione che inciampa. Pensa che siano due significati perfetti per le due giovani e la situazione che stanno vivendo. 

Invece Aurora, il suo di nome, significa “splendente, luminosa” e sua madre lo ha scelto pensando a “la bella addormentata nel bosco”. Un nome da principessa! Lei però non si sente privilegiata e speciale, anzi.


All’improvviso la ragazza sobria si desta dal torpore per rispondere al cellulare. Poche parole.

Dopo qualche minuto arriva un ragazzo più giovane; sembra appena maggiorenne. 

Aurora sente qualche frammento di frase: “Mi devi il prezzo dell’ingresso” dice lui senza astio. Si china per prendere in braccio la ragazza addormentata e nel farlo manda ad Aurora uno sguardo e le dice “Scusami”.

Claudia riapre gli occhi e lo saluta affettuosamente biascicando.

“Per fortuna devo portare lei che è piccolina e magra e non te” sente che dice ridendo con una bella voce profonda.

Nadia lo guarda storto per un attimo mentre drappeggia il suo golfino sulle gambe e al sedere dell’amica per evitare che la minigonna lasci vedere tutto durante il passaggio tra la folla verso l’uscita.

Aurora deduce senza ombra di dubbio, dal loro atteggiamento, che sono fratello e sorella.

Nadia le viene ancora accanto per prendere le due borsette lasciate sul divanetto, le sorride e poi segue il fratello.

Aurora, ancora sprofondata nel basso divanetto, segue con lo sguardo il giovane magro e alto con il suo semincosciente fardello fendere la folla, e poi anche la testa castana della ragazza che non conosce ma che stima profondamente, fino a che entrambi non spariscono completamente inghiottiti dalla folla.


“Perché io non avevo un’amica come lei?”. 

Non riesce a pensare ad altro. 

“Perché io non avevo accanto un’amica come lei?”, “Perché io non ho un’amica come lei?” si continua a chiedere nel buio psichedelico, e nessuno di accorge delle lacrime che scendono sulle sue gote truccate.




Denny

lunedì 26 novembre 2018

IL CASO SBAGLIATO - DAVIDE PAPPALARDO

Qualcuno mi aveva ordinato di seguirla. E di non parlarle. Non subito almeno. Chi era quella ragazza e perché dovevo starle alle calcagna con la bocca cucita? Non lo sapevo. Il mio unico obbligo, per il momento, era di correrle dietro come un mastino con le corde vocali recise.
Bell’affare. In quei giorni non avevo mica tempo da perdere in capricci e misteri insondabili. Dovevo, non necessariamente nell’ordine, procacciarmi clienti, scucire soldi per le bollette e scappare a gambe levate davanti ai creditori. Per quest’ultima ragione spesso e volentieri dormivo della grossa. Mi rimpinzavo di energie che poi bruciavo coi miei scatti da centometrista per evitare gli accattoni a cui dovevo denaro. Ce n’erano parecchi da cui stare alla larga: il lattaio del vicolo in cui avevo messo su la mia stamberga, la signora Mary, così gentile quando pagavo la pigione e così pronta ad adombrarsi quando questuavo un piccolo posticipo e John, quello che mi spaventava di più, l’enorme macellaio dal grembiule unto di macchie rosse. Temevo che quegli ornamenti non fossero dovuti solo al sangue di quarti di bue, polli, conigli e compagnia bella
Ma vuoi o non vuoi, in quei tempi grami per le mie tasche affamate di pecunia, ero in qualche modo inorgoglito. Mi aggiravo a testa alta tra le strade del quartiere che va dall'acciaieria al cimitero di Saint Rose, sfoderando il mio sfavillante sorriso, momentaneamente a trentuno denti. Qualche frammento di incisivo l’avevo sputacchiato nel cesso di uno dei migliori ristoranti della zona, il Lady Ruth, una stanzaccia che puzzava di whisky, segatura e latrina da un miglio di distanza. Tanto lurida che la schifavano pure i frequentatori delle mense dell’esercito della salvezza. Un tizio che chiamavano Il Lettone non aveva gradito le mie critiche al terzino della squadra di calcio locale: troppo leggerino, non teneva bene la difesa, impacciato nei movimenti. Ebbi persino l’ardire di definire di legno le gambe del beniamino. Il Lettone, tifoso sfegatato della squadra, pur riconoscendo la validità di qualche mia lagna, dopo un vivace e articolato dibattito, aveva confutato le mie tesi con argomentazioni perentorie. Non so come era riuscito in un sol colpo a mandare in aria pezzettini di incisivo e a far quasi capitolare i miei canini. Non erano saltati via, ma da quel giorno li avrei avuti leggermente storti. L’incisivo mi era stato poi risistemato da un dottorino alle prime armi con un’otturazione alla buona. 
Comunque sia mi aggiravo per le strade del quartiere come un’adescatrice dei bassi elargendo ammiccamenti a destra e a manca. I miei occhi castani, nascosti dagli occhiali alla John Lennon, erano pronti a scrutare potenziali clienti. E anche a cogliere tra la folla i miserabili che pensavano di rivalersi su di me frugando le mie tasche. In saccoccia, purtroppo per loro, solo cicche di sigarette e qualche briciola di pane raffermo. Ma io dispensavo lo stesso sorrisi a dame e signori. Un politicante in campagna elettorale. Presto detto il motivo del mio orgoglio. Qualche giorno prima, con due grossi chiodi arrugginiti che sembravano presi in prestito dalla croce del Calvario, avevo fissato una targhetta di legno alla parete del tugurio affittato dalla signora Mary. Sull'insegna la scritta: Björn Ungaretti. Agenzia Investigativa. Dietro la montatura dorata mi luccicavano gli occhi. Anche se più in là della targhetta non c’era altro che una stanza con le pareti ricoperte di macchie di muffa, un divano che significava cambiali, e polvere, soprattutto tanta polvere, mi sembrava di aver inaugurato l’Agenzia Pinkerton. 
E poi sì, qualche cliente c’era già. Nella zona non mancavano i motivi per rivolgersi a un investigatore privato giovane e a buon mercato: corna, ammanchi sul lavoro, piccole ripicche tra amici. Le solite belle cose che fanno pascolare gli uomini come me nei verdi campi della vita. Roba da brucare la troverai sempre se l’essere umano rimane il meschino che è. E non c’è motivo che cambi. 
Il lavoro cominciava ad arrivare dunque ma qualcuno, il verme, mi aveva chiesto di occuparmi di quella donna. Non si dimentica una così. Mi era entrata in circolo nelle vene già la prima volta che l’avevo adocchiata. Roba da andare in brodo di giuggiole. Snella, un seno che appariva morbido come un cuscino quando non tocchi un letto da tre giorni, labbra leggermente arcuate. Sembrava avesse un docile broncio permanente. Due occhi grandi e neri, accompagnati da un’espressione smarrita, ti facevano venir voglia di proteggerla per tutta l’esistenza terrena e anche oltre. Capelli lunghi fino al collo, castani e lucenti, e davanti una frangetta corta che le dava un’aria giovane. Doveva avere poco più di vent'anni o forse era proprio la frangia a ingannarmi. Di lei conoscevo solo l’aspetto. Per ora quanto bastava per seguirla. 
Poi magari avrei dovuto trovare anche il modo di parlarle.
L’occasione si presentò durante una mia incursione solitaria nel quartiere. Quella sera le strade erano bagnate e rilucevano illuminate dai fanali delle auto di passaggio. Al primo piano di un fabbricato dai mattoni rossi, un tizio fumava una sigaretta. Dietro di lui un giradischi gracchiava un blues. Dall'altra parte della strada la ferrovia. Nel mezzo, sul marciapiedi, io. Avvolto in un impermeabile beige che ricopriva il mio corpo massiccio e immerso nei miei pensieri: i conti, l’appuntamento col barbiere per una sforbiciata ai miei capelli rossi ora troppo lunghi per essere dominati da una parvenza di pettinatura, i tempi in cui con mio fratello Eiran giocavo ai soldati tra la boscaglia dietro casa e il muro di cinta del negozio del signor Mauser. Quasi senza accorgermene, forse per scacciare questi pensieri, diedi un calcio a una lattina di birra. Dovevo esserci andato giù pesante. La mia gamba, memore dei trascorsi da mediano di mischia nel rugby, aveva impresso una bella forza al calcio. La lattina era schizzata in alto verso il tipo del primo piano e poi era scesa lenta per andare a sbatacchiarsi qualche metro più avanti contro un cassonetto della spazzatura. Una figura sottile di donna sussultò a qualche metro da me. Quella donna! Era proprio lei. Quel qualcuno mi aveva raccomandato solo di seguirla e raccogliere informazioni, senza farmi notare. Un accidenti! La splendida si era girata, i capelli si erano mossi rapidi da una parte all'altra e i suoi occhioni neri si erano piantati su di me. Me li ero sentiti addosso. Come tentacoli di un polipo si erano allacciati ai miei. Bofonchiai una scusa abbassando gli occhi e, curvo nell'impermeabile, svoltai l’angolo. 
Mi infilai nel primo bar a disposizione. Ingollai una pinta di birra dopo l’altra. Nel frattempo cercavo di mettere in campo una strategia. Quel qualcuno, il verme che mi aveva commissionato il lavoro, mi aveva raccomandato di stare attento a non farmi vedere le prime volte. Ma mi ero fatto beccare come una comare che ciarla di un segreto nel bel mezzo di un cortile affollato. Cosa sai di lei? Mi chiesi. Dovevo averlo detto ad alta voce. Un uomo sui quaranta che salmodiava non so quali lamenti aveva interrotto il discorso e si era girato verso di me. Il tizio con un pizzetto scuro che gli stava accanto sembrava interessato ai suoi argomenti quanto un cultore di pittura a un match di pugilato. Stavo per chiedere spiegazioni ma l’uomo aveva già ricominciato a sputare parole sui problemi dell’acciaieria e su quello stronzo del suo capoturno. Un giorno o l’altro gli avrebbe immerso la testa in un contenitore per acidi. Il tipo col pizzetto annuiva ciondolando la testa avanti e indietro e ogni tanto dava un’occhiata ai muscoli delle braccia del suo interlocutore che guizzavano svelti. Ripresi a rimuginare. Ecco quanto ne sapevo: giovane, bella, gira da sola per il quartiere come se stesse cercando o aspettando qualcuno. Ero proprio arguto. Notizie che avrebbe potuto raccattare anche un passante orbo preso a caso. Magari anche aggiungendo altre considerazioni, senza dubbio più interessanti delle mie. Il tizio accanto a me continuava a questionare, era tutto un muoversi di braccia, fasci muscolari, terminazioni nervose che saettavano. Il suo interlocutore? Per la pazienza dimostrata meritava di vincere almeno alla lotteria rionale, il massimo che si concedeva era una grattata al pizzetto e un sorso di birra. Il brusio della saletta mi stava disturbando. Non riuscivo a ragionare e quando non ragioni che fai? Bevi o ti accanisci sui ricordi e per non rimestare nei ricordi bevi, ma se bevi i ricordi cattivi riaffiorano e allora devi soffocarli con un’altra pinta e così via. E va a finire che se ti butta bene sei uno straccio dopo un paio d’ore e se va male l’indomani mattina ti raccolgono nel vicolo con un cucchiaino insieme ai trucioli della vicina segheria e alle bucce di arachidi del locale. Non avevo intenzione di farmi ammazzare dai ricordi e mi stavo rinfilando l’impermeabile, quando colsi un cambiamento in sala. 
Si era fatto silenzio. O meglio il brusio era diminuito parecchio. Sbirciai i due tizi accanto a me al bancone. L’operaio che voleva superare le incomprensioni col capoturno con metodi extra sindacali ciancicava adesso qualcosa al tipo col pizzetto. Entrambi guardavano verso l’ingresso. Anche altri avevano lo sguardo diretto all'entrata e non stavano certo ammirando l’attaccapanni in legno massiccio che, perdiana, non era mica male. Ne avrei avuto certo bisogno per l’agenzia ma non poteva essere quello l’oggetto delle attenzioni di tutta quella gente. Non aveva mica le fattezze della ragazza che era appena entrata. Lei. Si era guardata intorno sgranando gli occhi. Il suo sguardo smarrito aveva pestato il piede sull'acceleratore del mio ritmo cardiaco. Gli avventori del bar, in gran parte maschi della classe operaia del quartiere, dopo qualche attimo di incanto erano tornati a poggiare le labbra sui boccali e a parlare di calcio, politica e di turni e capiturno. Solo io ero rimasto ancora a bocca aperta, a cercare di sondare il mistero di quella donna. Scelse un tavolo rotondo, nero e per due, a pochi passi da me. Sembrava non avermi visto. Mi asciugai il muso per cercare di darmi contegno. Mia madre, poverina, aveva avuto i suoi bei problemi ad allevare due cuccioli in questo quartiere, dove se sei gentile quantomeno vieni bollato come finocchio e se non sai difenderti alla prima occasione torni a casa con un occhio pesto, alla seconda scatta il pronto soccorso e non arrivi alla terza perché hai già cambiato zona. Ma non aveva dimenticato di insegnarmi le buone maniere, mia mamma. La ragazza mi avrebbe di certo scorto e quindi avrei dovuto avere un’aria rispettabile. Quel qualcuno, responsabile di tutta la vicenda, mi aveva però detto di non avvicinarmi le prime volte. Sarebbe stato pericoloso. Perché? Quali minacce potevano arrivare da una giovane fanciulla dall'aspetto così delicato? Forse quel qualcuno mentiva, era un sabotatore, mi stava conducendo fuori strada per chissà quali motivi. La ragazza aveva un rossetto tenue sulle labbra e quel broncio non aveva nulla di quei bronci sensuali e impertinenti che hanno certe donne. Le dava anzi un tocco di dolcezza che avrebbe sciolto financo il mio vicino di bancone che instancabile adesso declinava i vari metodi per far fuori il suo capoturno. Investirlo con la macchina nello stradone alberato nei pressi della segheria, avvelenare il caffè, assoldare un disperato che per una dose è disposto a far fuori anche l’intera fabbrica, figurati un uomo soltanto. Sapevo che il tipo dai muscoli guizzanti non avrebbe mai fatto un cazzo. Li conosco quei tipi. A parte parlare, parlare e parlare, non fanno nulla. Il tizio si stava solo sfogando con un amico delle nefandezze di un altro fesso. Soverchierie di un disgraziato peggio di lui che conduceva una vita infame. E si rivaleva sul mondo con quel poco di squallido potere destinatogli in questa terra. Me lo immaginavo il suo kapò, chiuso in casa a guardare uno sceneggiato in TV, a languire con cibo precotto, birra economica e vino in cartone, fra quattro mura fredde. Ma l’indomani glielo avrebbe fatto vedere lui al mondo, li avrebbe strigliati per bene i suoi ragazzi e poi la sera sarebbe tornato solo di nuovo nel suo buco di culo di stanza. Quasi mi veniva voglia di ridere a sentire così tante stronzate. E forse lo feci. O almeno sorrisi. Perché, meraviglia delle meraviglie, alzando gli occhi verso il tavolo della misteriosa fanciulla dagli occhi neri, vidi che anche lei sorrideva. Mi sorrideva. Fu un attimo. In seguito pensai di essermi sbagliato, forse per giustificarmi. Comunque, in quel preciso momento, ebbi l’impressione che quella donna stesse sorridendo a me. Mi si seccò la gola all'istante. Era come se una volpe miope scambiando un riccio per un pollo lo avesse inghiottito, conficcandosi gli aculei nel palato. Mi tornò in mente il consiglio di quel qualcuno che mi aveva commissionato tutto: “Non avere fretta di parlarle, Björn”. Ma ero giovane e i giovani, si sa, devono anche infischiarsene dei moniti e così cominciai a meditare di infrangere la prima regola del mio committente. Ma sì, mi dissi, smuovi il tuo poderoso sedere dallo sgabello e piazzati nel tavolo rotondo. Però aspetta, magari non subito. E’ troppo sfacciato. E poi cosa dirle? Era già tardi. 
Molti degli avventori erano andati via, presto la sveglia avrebbe rotto il sonno senza sogni di parecchi di loro. Un giovane stava già pulendo alcuni tavoli. Mi distrassi a guardarlo perché somigliava a mio fratello, per via delle lentiggini. Manda via questi pensieri, mi dissi e alzati. E così saltai dallo sgabello e dritto e fiero mi diressi verso il tavolo rotondo. Vuoto. “E’ filata via”, mi disse con uno sguardo complice il tipo muscoloso che stazionava ancora al bancone. Il suo amico doveva essere rincasato. E così finii la serata a discutere degli orari di lavoro in fabbrica, del calo della produzione dell’acciaio, degli investimenti nel settore, del governo porco e, ovviamente, del capoturno e di come ammazzarlo. 
Le settimane passavano. Avevo risolto un paio di casi di corna ed ero corso dal macellaio. Dapprima mi aveva guardato torvo ma, quando avevo sganciato un po’ di biglietti sul freddo tavolo di marmo e chiuso i debiti, si era allargato in un sorrisone. Per sferrarmi poi una pacca che doveva somigliare tanto al gancio destro di Rocky Marciano. Io e la mia scapola sinistra ce la saremmo ricordata per il resto dei nostri giorni quella pacca, segno tangibile di una stima duratura. 
Ma restava il caso della donna. Quel qualcuno si era rifatto vivo e mi aveva pure dato del coglione perché non avevo parlato con la ragazza. “Ma come, prima mi dici che devo solo seguirla e che non devo parlarle per nulla al mondo? E poi sono un imbecille di prima categoria per non aver aperto bocca?” Quel qualcuno mi aveva risposto che il sorriso della ragazza aveva cambiato tutto. “Che razza di investigatore e di uomo sei se ti attieni alla lettera alle istruzioni dei tuoi clienti? Te lo dico una volta sola: se vuoi crescere fidati del tuo istinto, ascolta i consigli ma scegli. Non aspettare che qualcosa accada o che capiti per grazia degli altri”. E così, per essere stato obbediente alle regole di ingaggio, mi ero beccato addosso una bidonata di umiliazione. Risolvendo i due casi di tradimento mi ero imbattuto più volte nella ragazza. In un’occasione si era anche girata. Preoccupata.

Poi ero riuscito a cavare qualche informazione dal tipo che aveva voglia di menare il capoturno. La conosceva di vista, abitava tra il droghiere e la ferramenta di Hardy. Mi spiattellò che frequentava il pub Alce bianco. Così ogni maledetta sera facevo una capatina al pub o mi aggiravo nei dintorni leggiucchiando un giornale, fingendo di chiamare dal telefono pubblico, sbocconcellando frittelle al freddo e sventolando la licenza quella volta che le guardie mi chiedevano conto del mio bighellonare. 
Quando capitò ero dietro a un lampione e stavo prendendo appunti sull’ultima grana da risolvere: Olga temeva che il marito Adam la tradisse con una certa Wilma, una rossa tutta pepe, un po’ in carne. Stavo segnando orari e spostamenti di Adam quando la ragazza misteriosa mi passò davanti inebriandomi con un profumo che sapeva di primavera. Seguii con gli occhi la scia di vapore lasciata dal suo corpo mentre tagliava la nebbiolina e si dirigeva verso l’Alce bianco. Posai gli appunti nella tasca interna dell’impermeabile. Promisi a quel qualcuno di mia stretta conoscenza che stavolta avrei risolto la questione. Risoluto entrai nel locale. Davanti mi trovai tre donne in età pensionabile, a sinistra un vecchio sbevazzone con una lunga sciarpa di lana che doveva risalire ai tempi di Matusalemme, a destra guappi di fabbrica. Nessuna traccia di quella donna. Solo calici che si alzavano, pinte di birra sui vassoi, spillatrici in funzione, chiacchiere e risa sguaiate. Guardai di nuovo e la vidi, nel tavolo dietro al vecchio. Sorrideva. Splendida. Gli occhi neri, di ossidiana, le brillavano di una luce nuova. Ed era bellissimo stare dentro quella luce. I capelli soffici sembravano animati da un vento dolce che li carezzava. Tutto emanava un lindore che rendeva più bello a vedersi chi la circondava. Anche il vecchio sbevazzone. La sua sciarpa sporca e infeltrita sembrava adesso una candida stola di visone, la sua barba incolta pareva scolpire il viso di un anziano filosofo, gli occhi opachi, spenti sotto una sottile striscia trasparente, nuotavano in scintille di intelligenza e saggezza. Mi persi in quell'aura di splendore che attorniava la donna e stavo per sedermi accanto a lei quando vidi che non era sola. Sorrideva sì, non a me, ma al giovane bruno che le stava accanto. Nemmeno lo guardai. Seppi che ormai era tempo perso. Feci una retromarcia improvvisa. E andai a sbattere contro il tavolo del vecchio. Non era Seneca né Platone ma pronunciò una sequela di improperi dimostrando di essere un alfiere del suo ramo. 
Tornai in ufficio, deciso a saldare i conti in sospeso. Innanzitutto con quel qualcuno di mia conoscenza. Mi sedetti alla scrivania. Sul tavolo appunti sparsi, qualche foto, un grosso telefono rosso che non squillava mai. Accesi la radio per ascoltare il notiziario, ma la spensi subito, quelle voci mi confondevano. Accavallai le gambe e buttai i piedi sullo scrittoio, presi uno specchio, tolsi dal naso la montatura color oro, guardai dentro al vetro. Non sembravo un angelo, solo un diavolone dai capelli rossicci. Un buono che la vita, i sensi di colpa e le esperienze avrebbero reso via via più duro. Che avevo da chiedere a quel qualcuno? Risi, di quelle risate amare che sembravano più un ghigno da bestia ferita. E allora gli dissi fesso. Fesso, dissi a quel qualcuno che mi aveva bloccato. Ma pronunciai quell’unica parola quasi con compassione, senza usare troppa durezza nei confronti di quel volto che mi guardava intontito dallo specchio. Mi ero imposto di seguire la ragazza, semplicemente perché mi piaceva. Avevo poi solo avuto paura. Sabotato dalle mie incertezze. Avrei imparato la lezione? Mi chiesi, senza penarmi tanto di darmi una risposta.
Poi tolsi gambe e stivali dalla scrivania, spazzai con la mano qualche pietra e un po’ di terra bagnata che era caduta su, rassettai i fogli alla bell’è meglio. Presi una pezza, andai fuori, lustrai per benino l’insegna. Rimasi a guardarla per tre minuti buoni. Björn Ungaretti. Agenzia investigativa. Faceva un certo effetto. Rientrai, mi gettai a peso morto sul divano e dormii per ore e ore. Una pila di fogli mi aspettava sulla scrivania. Appunti su Wilma e Adam.

Davide Pappalardo

lunedì 23 aprile 2018

PIOGGIA DI ROSE di ANTONIA ARSLAN (racconto breve tratto da IL CORTILE DEI GIRASOLI PARLANTI)

Avevo appena imparato a leggere,  dopo aver imbrogliato per molti mesi nonni e zii, facendo finta di capire la prima pagina di un numero del "Corriere dei Piccoli" che amavo moltissimo,  e che sapevo a memoria.
Allora stavamo al Dolo, sulla Riviera del Brenta. 
E dopo pochi giorni di scuola,  scoprii la cartolibreria di fronte al canale. 
Sul davanti, era un negozio come tanti altri;  ma dietro,  c'era un retrobottega odoroso di legno e di libri, il profumo della felicità. 
Mi arrampicavo sulla vecchia scaletta di legno conni gradini scricchiolanti (e dal tipo di rumore il vecchio signir Arrigom il proprietario,  sapeva su quale scalino ero arrampicata, e a volte veniva a tirarmi giù: "No la xe par ti, sta roba", diceva con autorità).
Ma un giorno trovai Pioggia di Rose, una raccolta di novelle di Ferenc Herczeg, edizione Corticelli.
Mi innamorai di ogni storia di quel libro. 
Mi piaceva ogni cosa: la copertina un po' rigida,  le illustrazioni dal segno netto, senza sfumature,  le pagine dalla stampa ben spaziata, che si leggeva facilmente;  e soprattutto il titolo.
E lo lessi tutto, seduta sulla scaletta, finché un pomeriggio trovai il coraggio di chiedere al signor Arrigo se mi permetteva di portarmelo a casa.
"Certo" rispose "ma prima, sai, devi pagarmelo. Ricordati che chi legge, paga."

Antonia Arslan 
(Il cortile dei girasoli parlanti)

lunedì 19 marzo 2018

CAMILLA E LE ROSE GIALLE di ANTONIA ARSLAN (racconto breve tratto da IL CORTILE DEI GIRASOLI PARLANTI)

Erano bellissime, le rose gialle  a spalliera. Grandi, corpose, stavano vicino al cipresso grande, ed erano profumate di vaniglia e di tutta la dolcezza del mondo. 
I fiori sbocciavano in fretta e si aprivano subito, enormi. Se ci penso, risento ancora quel profumo lieve e intenso, che si diffondeva per tutto il giardino all’inizio di giugno, insieme con quello, ancora più dolce, dei gigli di sant’Antonio.
Facevamo a gara, la mia amica Camilla e io, per inventargli un nome raffinato, e fantasticavamo di raccogliere i petali e distillare un profumo speciale. Una volta ci provammo, sfogliando molte rose in un grande barattolo da marmellata, che poi chiudemmo ermeticamente, nascondendolo in cantina. Ci mettemmo anche un’etichetta: 《 Proprietà privata di Antonia e Camilla.》
Un mese dopo, speranzose, provammo ad aprire il vaso, ma se ne sprigionò una puzza terribile di muffa e di marcio. Furtivamente, andammo a seppellire il contenuto in un angolo del pollaio, per non farci vedere dalla Gigia, che sorvegliava occhiuta le sue galline e le sue uova.
Poi ci sedemmo malinconiche sui gradini. E Camilla disse:《 Il mio papà è disperso in Russia. Vorrei pensare a lui, ma non vedo più la sua faccia. Vorrei piangere, ma non ci riesco. E il suo ricordo è diventato come le rose nel barattolo.》

Antonia Arslan 

martedì 14 marzo 2017

TORNA PRESTO, LULÙ! di Jeanette Flot


La scuola della maestra Serafina si chiama 《Il melo verde》e funziona a meraviglia. C'è un'unica classe con solo dieci scolari, sei maschi, e cioè Silvano, Berto, Chicco, Toto, Luigino e Matteo, e quattro femmine, che sono Marta, Beatrice, Matilde e Lulù.
Poi ci sono le due colombe Pia e Lia, Gervaso, il pesce rosso, e Baffina, la gatta nera che cerca sempre di bere l'acqua del vaso di Gervaso.
Sono già tre anni che i bambini frequentano la scuola della maestra Serafina.
Poi, un giorno, Lulù non va a scuola. Sembra che non stia per niente bene, che sia molto stanca. Passano due mesi, ma Lulù non si vede. La sua mamma è venuta a parlare con la maestra e ha detto che Lulù è molto malata, che è una cosa grave e che la stanno curando all'ospedale, in città. I suoi compagni non possono andarla a trovarla, però possono scriverle.
Di tanto in tanto arriva qualche notizia: Lulù non migliora e non peggiora, bisogna avere pazienza e aspettare. I nove bambini e la maestra Serafina sono davvero molto tristi.
Passano le settimane e passano i mesi.
Sembra che Lulù stia meglio. Però il suo posto rimane vuoto.
Poi, una mattina, il postino porta una lettera della mamma di Lulù.
Lulù è guarita. Potrebbe anche tornare a scuola, il dottore è d'accordo, però...
Però cosa?
Lulù ha perso tutti i capelli, i suoi bei capelli ricci, rossi come il sole quando tramonta. E così Lulù non vuole tornare a scuola, perché si vergogna.
I suoi compagni sono molto tristi e non sanno cosa fare. Il piccolo Berto scoppia in un pianto disperato. Allora la maestra Serafina prende una decisione:

 - Ora scriviamo a Lulù e le diciamo di tornare a scuola!
I bambini, tutti insieme, scrivono una lettera. Poi Matilde, che ha una bella calligrafia, la ricopia:
《Cara Lulù, adesso sei guarita e noi ti aspettiamo. A noi non importa niente che tu non abbia più i capelli. E poi i capelli ricrescono, e saranno ancora più belli! Ti stiamo preparando una sorpresa per farti festa quando tornerai. Torna, Lulù, ormai sei guarita. Ti mandiamo tanti baci.》
Tutti i bambini firmano la lettera, e anche la maestra Serafina. La mettono in una busta, incollando il francobollo e la imbucano. Ora bisogna solo aspettare.
Un lunedì mattina Lulù torna a scuola, un po' intimidita e un po' pallida. In testa porta in cappellino.
Poi viene il momento delle sorprese! Ogni bambino porge a Lulù il regalo che le ha preparato: Silvano le dona una barchetta di sughero, Marta una collana di perline colorate, Matteo una gomma da masticare mai usata, ancora nella sua carta, Chicco un ritratto di Lulù dentro una cornice, perché Chicco è bravo a disegnare, Toto le regala il suo fischietto da arbitro, Beatrice un mazzolino di mughetti, Luigino una famiglia di uccellini di carta e Matilde la sua palla rossa con le stelline bianche.
E Berto? Dov'è Berto?
Berto non c'è, nessuno l'ha visto.
Tutti si mettono a chiamarlo: - Berto! Berto!
Allora la porta dell'armadio delle scope si apre piano piano ed esce Berto con la testa rapata e liscia come un uovo.
Tutti i bambini esclamano insieme: - Berto! Perché ti sei tagliato tutti i capelli?
E Berto risponde: - È la mia sorpresa! Ieri sono andato con la mamma dal barbiere e mi sono fatto pelare la testa, così adesso siamo uguali, io e Lulù. Adesso possiamo fare a gara per vedere a chi crescono prima i capelli!
Lulù ascolta, poi fa un piccolo sorriso e alla fine scoppia a ridere. Si toglie il cappello e va a sedersi al suo posto.


Tratto da Penne, Matite e Astucci -Storie di scuola
Einaudi Ragazzi

martedì 7 marzo 2017

IN METROPOLITANA/3 - PENSANDO AD ALEX


E' una mattina come mille. Milano è grigia e uggiosa alle 7,30 del mattino. La metropolitana sferraglia e la gente, seduta e in piedi, è estranea, sonnolenta, persa negli schermi degli smartphone o nelle poche pagine di qualche giornale free-press.

Lui ha più di 50 anni ed è seduto. E’ salito al capolinea e come ogni giorno lavorativo percorrerà tutta la linea fino all’ultima fermata, perciò non ha bisogno di prestare attenzione alle fermate che si susseguono.
La tratta che compie ogni mattina in metropolitana è il momento più intimo e malinconico della sua giornata. Quando scenderà si ridesterà, si darà da fare in ufficio, sarà gentile e competente, cordiale e anche simpatico ma per i 30 minuti del viaggio può restare solo con se stesso.
È in questa carrozza sferragliante, insieme a tanta gente, ma è assente.
Nelle orecchie ha gli auricolari collegati ad un piccolo lettore mp3. Era di sua figlia Alessandra e le canzoni sono quelle che ascoltava lei due anni fa. Lo tiene in modalità riproduzione casuale e le molte canzoni, italiane e straniere, che contiene fanno da sottofondo ai suoi pensieri e ai ricordi che scorrono senza freno.
Lei gliela ha portata via quel cancro bastardo. Aveva solo 28 anni.
Una feroce lotta durata tre anni, che, ad un certo punto, era sembrata quasi vinta… poi il vigliacco è tornato più agguerrito che mai a reclamare la sua preda.
Lui al mattino in metrò si lascia annegare nella malinconia. A volte chiude gli occhi per isolarsi ancora di più, altre volte prende lo smartphone e scorre le foto di lei. Sorride in quasi tutte.
Non nota mai nulla di quel che ha intorno, ma, come chiamato a gran voce, stamattina qualcosa lo desta e attira la sua attenzione. È la ragazza seduta di fronte. E’ giovane, carina, con vezzosi occhiali verdi.
Cosa avrà mai fatto per risvegliarlo dal suo stato catatonico? Semplicemente si è sistemata i capelli dietro all’orecchio con un movimento lento e fluido. Questo banale gesto gli ha ricordato Alessandra.
Gli succede spesso. Un oggetto, un profumo, un colore, una parola, un’immagine o un gesto, all’improvviso, gli ricordano lei. In modo imprevisto e bruciante.
Fa male e fa bene allo stesso tempo. E’ comunque un legame con lei e lui ha bisogno di sentire che c’è.
Potesse tornare indietro e invertire i ruoli: lui in un cimitero e lei seduta su questa metropolitana, persa in pensieri che fanno sorridere, come la ragazza dagli occhiali verdi che ha davanti, non esiterebbe un solo istante. Ma non è possibile riavvolgere la pellicola. La vita non è un film!
Nelle orecchie, leggendogli i pensieri, una canzone gli dice:
E’ Alex che lo sgrida per questi pensieri pieni di rimpianto.
In quella bianca stanza d’ospedale le ha promesso solennemente di vivere al meglio la vita senza abbattersi, e ci sta provando, giorno dopo giorno. Ci sta provando!

Denny

martedì 28 febbraio 2017

IN METROPOLITANA/2 - PATTY IN METRÒ



E' una mattina come mille. Milano è grigia e uggiosa alle 7,30 del mattino. La metropolitana sferraglia e la gente, seduta e in piedi, è estranea, sonnolenta, persa negli schermi degli smartphone o nelle poche pagine di qualche giornale free-press.

Patrizia (o come dicon tutti Patty), invece, ama osservare la gente.

Ha 21 anni e sta andando a lezione all'università.

E' una ragazza semplice ma con dei vezzosi occhiali con la montatura verde. Infilati nelle orecchie gli auricolari del suo inseparabile lettore MP3.

E' seduta e guarda la gente intorno a se.

Ha appena assistito a una scena curiosa: un uomo di più di quarant'anni si è avvicinato di soppiatto ad una signora in piedi e l'ha baciata all'improvviso. Poi lei è scesa e lui si è seduto con un gran sorriso sornione in viso. Non può non chiedersi cosa ci sia dietro quel bacio rubato.

Accanto a lei si siede una donna che tira fuori un libro dalla borsa e comincia leggere. Patty si china un po' in avanti, facendo finta di grattarsi la caviglia, per sbirciane il titolo: “Letture in metropolitana”, un libro di racconti brevi.
Nel tunnel affianco sfreccia in senso opposto un treno tutto graffitato. Per effetto della velocità sembra un fugace arcobaleno.
Un ragazzino solertemente si alza per lasciare il posto a una giovane signora incinta. E poi dicono che non c'è più educazione!
Patty sente vibrare il suo cellulare e guarda il messaggio che le è appena arrivato. È il buongiorno da un amica: una di quelle immagini preconfezionate che vengono rigirate solo perché sono carine e colorate, senza aggiungere nulla di personale . Lei le trova un po’ false e ignora il messaggio. Mette via l'apparecchio e torna a osservare i visi variopinti che ha intorno.
La sua attenzione è catturata da un ragazzo e una ragazza in piedi a poca distanza. Sono chiaramente turisti, probabilmente del nord Europa. Hanno circa la sua età e due grossi zaini appoggiati ai loro piedi. Si parlano, si sorridono e, tra uno scossone e l’altro, si dividono un dolce. Sono giovani, belli e chiaramente innamorati.
Patty si trova a pensare che quest'immagine che ha ora davanti agli occhi: due giovani che si dividono un dolce sulla metropolitana di una città straniera, è esattamente la rappresentazione dell'amore. Perché l'amore è condivisione e complicità; è fare nuove esperienze insieme; è costruire ricordi insieme.
Li invidia. Li invidia moltissimo! Vorrebbe anche lei qualcuno da amare e con cui girare il mondo.
Nelle orecchie, quasi leggendole nei pensieri, una delle sue canzoni preferite canta:
 

* Splendido - Negrita


I due ragazzi stranieri sorridenti scendono con i loro zainoni alla ferma Duomo e la carrozza dopo sembra più spenta. A Patty manca ancora solo una fermata.


Denny

martedì 21 febbraio 2017

IN METROPOLITANA/1 - BACIO RUBATO


È una mattina come mille. Milano è grigia e uggiosa alle 7,30 del mattino. La metropolitana sferraglia e la gente, seduta e in piedi, è estranea, sonnolenta, persa negli schermi degli smartphone o in qualche giornale free-press.
Lei è una donna di più di 40 anni senza nulla di particolare: un po' sovrappeso, non bella, vestita in modo comodo e ordinario. Non è truccata. Ha la borsa su una spalla mentre con l'altra tiene una sportina nera che contiene un libro e un po' di frutta per lo spuntino in ufficio. Infilati nelle orecchie gli auricolari attaccati ad un piccolo lettore mp3.
Si è alzata dal suo posto in anticipo, un attimo dopo che il treno ha ripreso la corsa dopo l'ultima fermata, e ora è in piedi in mezzo alla carrozza, a due passi dalla porta, persa nei suoi ordinari pensieri: l'ufficio, i bambini, le cose da fare durante la giornata appena iniziata...
Non lo vede avvicinarsi ma ad un certo punto ne avverte la presenza accanto. Si volta leggermente di lato e alza la testa.
Lo riconosce.
“Filipp...” cerca di dire stupita ma non finisce di pronunciarne il nome.
Lui le prende la testa tra le mani e si china a stamparle un bacio sulla bocca.
Pochi secondi di contatto poi lo scossone della metro che arriva alla fermata e lei è involontariamente trascinata verso l'uscita dalle persone che scendono. Si ritrova sulla banchina e si ferma a guardare indietro ma non lo vede più dentro la carrozza, perso tra la gente.

Il treno riparte mentre nelle orecchie una delle sue canzoni preferite canta: 
 *Hemingway - Negrita

Si sente frastornata. Il battito del cuore è accelerato. L'impronta delle labbra di lui sulle sue sta già svanendo.
Filippo non è cambiato molto per quello che ha potuto costatare: alto e sempre magro, pallido con gli occhiali spessi. Mai stato bello neanche lui.
Si sono conosciuti alle scuole superiori e hanno avuto una brevissima storiella.
A lui lei ha dato il suo primo bacio serio. Su una panchina del parco, l'ultimo giorno di scuola.
Non ne ha un ricordo particolarmente poetico. Tante volte negli anni successive ha riso di quei momenti. Di quanto fossero imbranati e incapaci di usare la lingua in modo delicato e lento.
Poi si sono persi di vista e incontrati per caso un paio di volte a distanza di anni. Due parole, pochi convenevoli e via a gestire le proprie vite.
A oggi non si vedevano da più di 10 anni.
Da più di un paio d'anni sono amici su Facebook ma da quando lui le ha chiesto l'amicizia, senza neanche una parola di saluto, non si sono mai parlati. Neanche gli auguri al compleanno si scambiano. Lui frequenta pochissimo quella piazza virtuale. Un paio di foto dei suoi gatti e qualche post sull'Inter, sua storica passione. Niente di più.
E adesso questo bacio rubato così. Perché? Mentre lentamente si dirige verso le scale mobili per uscire, e il cuore riprende il ritmo solito, lei non può fare altro che chiederselo.
Non dà valore romantico a questo gesto, pensa più a una burla, ad un modo per metterla in imbarazzo. Comunque è strano. E assurda è anche la deriva dei suoi pensieri: “Proprio oggi che sono vestita così da schifo... Non potevo incontrarlo settima prossima visto che sabato vado dal parrucchiere... chissà cosa avrà pensato la gente sulla metro… chi ci ha notato ci avrà considerato ridicoli: due matusa che si baciano così...chissà se mi dirà qualcosa su Facebook...”
E' sicura di no, che sarà tutto come al solito. Sconosciuti come prima. Neanche un like alla foto dei suoi bambini.
Ormai è salita in superficie e c'è un pallido sole.
Si specchia in una vetrina e si vede brutta, ma si sente stranamente bene e sorride.

Un uomo l'ha baciata di sorpresa in metropolitana davanti a tutti. Non è cosa da tutti i giorni.

Denny